lunedì 26 aprile 2010

La solitudine non esiste

La solitudine non esiste! Sento intorno mille respiri e mille pensieri che s’intrecciano in gomitoli inestricabili: legano e catturano. Mille sguardi posano il velo della loro indifferente malinconia sulla mia pelle. Mille parole inutili pronunciate stancamente ma che riscaldano i pomeriggi bui. Così mi accorgo d’esser vivo, presente agli altri e soprattutto a me stesso. Così mi accorgo che la solitudine non esiste. Anche se fossi l’ultimo cuore che batte in un mondo isolato. Anche se fossi l’ultima goccia di un mare essiccato. Anche se fossi l’ultimo alito di vento in un’afa soffocante. Sarei io. E quindi presente a me; con quell’io che mi accompagna da sempre, che mai lascerà soli i giorni fintanto che la vita mi concederà un’alba e un tramonto, un sogno ed un risveglio, una sola morte ed una rinascita eterna. La solitudine non esiste. Me lo leggo negli occhi: nello sguardo curioso che scruta gli altri nell’intimo del quotidiano. Lo sento sui polpastrelli delle dita quando sfiorano una mano vicina anche se sconosciuta. Lo riconosco nel sonno di mia moglie quando riposa al mio fianco. La solitudine non esiste perché conosco Dio. Ed il suo amore mi circonda togliendo spazio alla noia, alla malinconia … alla solitudine!

venerdì 2 aprile 2010

Jesus

Quella sera fu l’ultima che trascorsi insieme ai miei amici.
Erano come fratelli; coloro a cui avrei affidato mia madre prima della dipartita. Li conoscevo uno ad uno e ne avevo cercato il cuore per farlo schiudere al calore della mia verità.
Raccontavo loro del Padre e della sua potenza. Tentavo di prepararli alla mia lontananza, a quando non saremmo più stati insieme.
E poi era giunto il tempo: i giorni avevano disegnato una traiettoria sino ad arrivare al momento del sacrificio, in croce.
Quella sera consumammo la cena con la stessa serenità di sempre, con allegria, sino a quando…
Sentii lo spirito del male attraversare le pareti della casa, roteare tra le teste dei miei fratelli in cerca della persona che avrebbe definitivamente scelto. Un alito gelido si spinse innanzi nel tentativo di sfiorarmi. Avevo già sentito quella tentazione; anche allora costretta a ritirarsi sconfitta. Così, vidi il male posarsi su Giuda… il mio Giuda.. Conosceva, come me, la sua debole volontà, la paura d’aver sbagliato tutto assecondando i miei progetti, la titubanza nella fede.
Satana seppe approfittare di un momento; quell’attimo in cui ciascuno si sente solo, abbandonato dal mondo. Quando le domande confondono la mente ed il cuore diventa insensibile nell’unico tentativo di difendersi.
Giuda non riuscì a sottrarsi dall’abbraccio maliardo, perfido, dell’eterno mio nemico. Il tentativo di resistere, dapprima risoluto, divenne sempre più flebile sino alla resa incondizionata.
Il male lo possedeva nell’ultima ora, dando inizio a ciò che era già stato scritto. Sapevo ciò che, da quel momento, sarebbe accaduto. Conoscevo la successione terribile degli eventi. Tutto necessario per liberare gli uomini dal peccato, per dar loro la possibilità di credere nell’amore di un Dio paterno, di un Dio che sacrifica quanto di più prezioso possiede.
Ero io, la preda, il sacrificio da immolare… io.
Nessuno può comprendere realmente ciò che sentivo. La condizione umana assunta era gradualmente divenuta esclusiva, totalizzante. Per un attimo, un insignificante, piccolissimo, irripetibile istante ho sperato che tutto si fermasse. Che come per Abramo si potesse rivedere il copione, modificandone l’epilogo. Che la morte dovesse ritornare sui propri passi senza aver raccolto frutto, con le mani inaridite e vuote per la mietitura mancata.
Quella notte, così buia. Nonostante fossi circondato dai mie amici mi sentivo assolutamente isolato. Distante da tutti: da coloro che mi bramavano per mortificare la mia vita, ma anche da coloro che mi amavano e che non seppero starmi vicino.
Le fronde degli ulivi gridavano un canto infausto ed il Getsemani si trasformava lentamente in un tribunale di sola condanna.
Il dolore cominciava a chiedere spazio tra la carne: irriverente conquistatore pretendeva il posto principale con l’obiettivo unico di offuscare la mente.
Vomitai al cielo un lamento “Padre allontana da me questo calice! ”(Mc 14, 36) “ ..Però non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 42).
Immediata la risposta. Un abbraccio caldo mi avvolse completamente sostenendo quell’eccesso di umanità che aveva preso piede in me. La mia volontà ne uscì fortificata. L’amore riprese a soffiare in tutto me stesso con quella determinazione di sempre. Dovevo andare avanti. Volevo donare tutto.
“Giuda, amico mio, affretta il tuo tradimento. Quello che devi fare fallo subito (Gv 13, 27).”
Cercavo conforto in coloro che mi avevano seguito. Dormivano. Mi sembrarono come bimbi ignari del destino del genitore che parte per la battaglia. Temevo per il loro futuro, per la loro fede. Volli svegliarli esortandoli alla preghiera “Alzatevi e pregate per non cadere in tentazione” (Lc 22, 46).
Anche loro prede. Anche loro, come me, destinate a vincere perché benedette dal Padre mio che custodiva i loro cuori con parsimonia.
Pietro mi aveva giurato fedeltà eterna: “Darei la mia vita per te” (Gv 14, 37). Adesso lo vedevo abbandonato al sonno, sopraffatto dalla stanchezza e sentivo la sua paura, quella che gli avrebbe fatto rinnegare il nostro passato insieme, dimenticare il progetto.
“Donna, non lo conosco!” (Lc 22, 57 ) avrebbe affermato mentre un gallo gli cantava il fallimento, ricordandogli chi era, confermandogli chi sono io.
“Padre mio, … si compia la tua volontà!” (Mt 26, 42).
Sapevo che Dio non mi avrebbe lasciato solo. “..io sono nel Padre e il Padre è in me..” (Gv 14, 10) avevo risposto a Filippo che mi chiedeva di mostrargli il Padre “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Sentivo la sua mano come sempre lampada ai miei passi (Salmo 118, 105) e per questo non dovevo temere.
Quel filo di scoramento sul quale danzava la mia volontà mi riportava il ricordo delle tentazioni nel deserto. Anche allora Satana aveva provato ad insinuarsi nella fallibilità della mia natura umana. Aveva voluto misurare la resistenza di ciò che sapeva essere fragile in tutti gli altri. Conosceva bene le pieghe di un’anima indifesa. In me sottovalutava la mistura con la natura divina. Così non aveva voluto arrendersi, caparbio nel tentativo di aggiudicare un prezzo da corrispondere per la conquista ultima.
Dovette accontentarsi di ripiegare su chi mi stava accanto.
Giuda arrivò insieme ad altra gente determinato nell’affrontare il destino. Mi venne incontro fissandomi negli occhi. Nel suo bacio non trovai che vuoto, solitudine, tormento. Avrei voluto stringerlo per guarirne l’anima, così come per tanti altri era accaduto. Gridare a Satana di liberare il corpo, di perdere ancora una volta quella gara infinita. Giuda si scostò, così iniziò la storia che avrebbe detto al mondo che Dio ama gli uomini.
“Giuda…non ti ho forse amato abbastanza..?! Non ti ho forse cullato nel ventre di tua madre come con chiunque altro? Salvati..!! Fuggi. Scappa via dal rimorso che ti appenderà a quell’albero..”
Apparivano una serie di immagini in cui mi vedevo protagonista.
Adesso, le fronde degli ulivi si trasformavano nelle braccia di soldati aguzzini, vibranti fendenti carichi d’odio sul mio corpo indifeso. “Ecce Homo” avrebbe recitato una prima sentenza che tentava di scagionare da colpe inesistenti. La flagellazione rappresentava un’espiazione necessaria per salvarmi la vita.
Sentivo la pelle così sottile, coprire una carne maciullata dagli spuntoni delle mazze, dalle lame delle fruste. Ogni colpo produceva la scossa dei muscoli ed il dolore camminava velocissimo lungo quei piccolissimi nervi, ormai affioranti in superficie.
I miei occhi serrati in una smorfia di strazio; ancor più chiusi di quanto non fosse la bocca contratta nel tentativo di bloccare ogni sibilo.
La violenza di quegli uomini si scagliava sulla testa, sulle spalle, ovunque vi fosse una parte ancora non colorata dal rubino del sangue che a fiotti rimbalzava contro gli arnesi di quei macellai.
Quanto avrei potuto sopportare…?!
Le allucinazioni proseguivano nella proiezione del mio futuro.
Vedevo gli ulivi, intorno, trasformarsi da carnefici a vittime. Il fusto piegato sotto l’impatto dei colpi di vento che infieriva tagliente. Ogni ferita sul tronco distillava linfa che scivolava sino alle radici perdendosi tra le pieghe della corteccia. Così su me. Il sangue mi ricopriva interamente.
Caddi per l’ultimo colpo sferrato dal soldato alla mia sinistra. Un tonfo sordo. Nell’urto col suolo sentii le ossa cedere. Un dolore lancinante attraversò la schiena sino a raggiungere la base della testa proprio nel punto in cui il calcio del bastone aveva affondato la sua violenza.
Provai un male profondo, superiore a quello che può essere generato da una ferita o dallo strazio della carne.
La sofferenza nasceva dal tradimento, dall’abbandono. Sintetizzava tutta la negatività che il mondo era riuscito ad accumulare, da sempre. Quel male si riversava su di me, nello stesso istante in cui il mio corpo ferito testimoniava un bene supremo, nato dal sacrificio, immolato per la purificazione e la redenzione di tutti. Era questo contrasto a stridere enormemente, più dei miei denti serrati nel morso della sofferenza.
Ritornai in me ed il cuore sembrò placarsi. Anche gli ulivi rilassavano i loro rami e le fronde luccicanti per l’argento riflesso dalla luna. Le foglie quasi toccavano il cielo, distese nel tentativo improbabile di allontanamento dal suolo. Cercavano così di prendere distanza da quella stessa terra che stava preparando la scena per rinnegare il suo creatore.
Una lucciola di lanterna si fece spazio nel buio della notte ingrandendo lo sfavillio gradualmente. Si avvicinava a passo d’uomo e conduceva con sé uno scrosciare di armature e spade. Riconobbi quanto già visualizzato nella precedente premonizione e capii che tutto stava per cominciare.
Nel bagliore della lampada si materializzò la figura di Giuda mentre accorciava la distanza tra i nostri corpi. Dietro guardie pronte per la cattura.
“Chi cercate?” (Gv 18, 4) Sentii rispondere “Gesù il Nazareno”. In quel nome ravvisai il mio destino.
“Io sono”.
Giuda guadagnò spazio e avvicinatosi mi baciò sulla guancia. Era il segnale convenuto. Da lì in poi la storia avrebbe camminato lungo un sentiero parallelo.
Così, in quell’attimo, vidi il mio corpo inchiodato ad una croce ed il cielo tingersi del mio stesso sangue.
“Donna, ecco tuo figlio! (Gv 19, 26) … “Ecco tua madre!” (Gv 19, 27). Ascoltavo la mia voce mentre recitava un testamento spirituale, consegnando colei che mi aveva donato la carne. Completavo così un progetto perfettamente delineato.
Gridai. Gridai forte. Questa volta stentai a riconoscere la voce. Mi sembrò diversa. “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 24, 46). “Tutto è compiuto” (Gv 19, 30). La testa scivolò lungo il braccio completando il semicerchio verso il basso e l’ultimo fiato evaporò confondendosi tra le nuvole.
Con esso si perdeva la mia umanità donata a quegli uomini che mi avevano rinnegato e che io amavo da sempre.

sabato 6 marzo 2010

Caterina

“..Caterina..?!”
Voltò appena il capo, socchiudendo gli occhi su di un passato che, adesso, vedeva allontanarsi rapidamente. Rimase immobile quell’attimo necessario a riconoscere l’estraneità della voce e le sembrò di rimanere in un sogno, ovattato e malinconico.
Quella stessa voce, anni prima, aveva sillabato il suo nome con un tono ben differente e forse con sentimenti diversi da quelli di adesso. Come sembravano distanti quei giorni…. E come era diversa lei: ieri una ragazza piena di illusioni oggi una donna…
“Caterina!” insistette la voce maschile.
Lei era ancora ferma, con le labbra schiuse, le palpebre rilassate sugli occhi, le narici leggermente divaricate per inspirare tutto il profumo di quella nuova libertà che, finalmente, sentiva dirompere nell’animo.
Un refolo di vento le scompose i capelli, lunghi, ramati, che profumavano di cannella e miele e che le contornavano il volto.
Dovette sembrargli bellissima; perché era veramente quanto di più bello ed affascinante avesse mai avuto nella sua vita arida.
Caterina l’aveva incontrato per caso, come quasi sempre accade quando il destino non trova niente di meglio da far succedere. E così sono gli uomini o le donne a farne le spese. E quella volta era toccato a lei innamorarsi di un uomo non evidentemente bello, certamente non brillante, non particolarmente simpatico, …ovviamente non innamorato quanto lei...
“Caterina..?!” lamentava sua madre, lasciando una lunga pausa di silenzio tra l’esclamazione del nome ed il sospiro che accompagnava un dolore sordo appena accennato dall’aggrottamento delle sopracciglia sulla fronte.
Perché volle sposarlo rimase un mistero per tutti e, forse, anche lei qualche volta ebbe a chiederselo nel grigiore delle tante notti trascorse da sola. A volte piangeva in preda ad un rimorso ingenuo, un senso di colpa che le faceva credere d’essere inadeguata, incapace per portare avanti quell’unione. Quello strano rapporto a due retrocedeva progressivamente come la schiuma dell’onda richiamata alla deriva dalla corrente.
“Caterina..!” sussurrava sua madre le rare volte che riusciva a circondarle il corpo con un tenero abbraccio nel tentativo di non farla sentire sola, abbandonata. La sua piccola era rimasta gatta, infida e scontrosa; solitaria come le gemme più preziose quando vengono incastonate sull’oro.
Dieci anni sono un tempo enorme se trascorsi in solitudine. Possono sembrare la versione terrena dell’infinito. Tanto era trascorso da quell’unico, primo giorno felice che ufficializzava la loro vita di coppia.
Delle volte avanzava una richiesta di spiegazione per l’atteggiamento distaccato di lui, ricevendone solamente scherno e falsità. L’assenza era motivata dal lavoro, gli impegni; e poi cosa avrebbe dovuto temere… tornava ogni volta a casa…!
Alla fine, lei esaurì le lacrime e smise di piangere. Decise di riconquistare il dominio sulla pelle e sul corpo e cominciò a coltivare la passione per il massaggio e la cosmetica. Riprese colore e tono e, finalmente, ebbe il coraggio di guardarsi allo specchio come faceva da ragazza. Scoprì che il tempo non aveva giocato lealmente con le rughe e che l’argento insidiava il rosso della chioma. Provò vergogna per non aver saputo custodire il dono della sua vita….
Così decise. Capì che era giunto il momento di fare chiarezza, raccogliendo ogni piccola cosa che potesse testimoniare la sua sofferenza, il suo desiderio di riscatto, tutto il suo mancato amore.
Ritrovò i diari di quando era ragazza e s’immerse in una lettura attenta ed emozionata. Assaporò una fase della sua vita in cui era stata veramente felice e ne ebbe nostalgia. Poi il desiderio di poter sperimentare nuovamente quelle emozioni prese il sopravvento e così la lettura fu più avida, più irrequieta e veloce. Sull’ultima pagina impiegò un tempo doppio rispetto a quello utilizzato per la lettura di tutti i suoi scritti. Doveva rallentare, per compiere pienamente la trasformazione necessaria alla sua catarsi più piena.
Una mattina si alzò dal letto, elettrizzata dalla notte insonne. Aveva meditato a lungo; progettato ogni gesto, passo, decisione che avrebbe compiuto da lì a poco. Voltò il capo verso l’altra metà del materasso rimasta ancora una volta inutilizzata. Scostò con un gesto secco coperta e lenzuola che l’avevano custodita nella notte ed inspirò con una forza ed una capienza sorprendenti. Voleva risucchiare in sé ogni delusione vissuta in quella stanza; ogni emozione che era stata partorita ed abbandonata. Non avrebbe lasciato niente di sé in quella casa.
Raccolse i vestiti, i suoi libri, dei fiori di silicone acquistati in un bazar e che le ricordavano la primavera, un cappello di lana, il video del matrimonio in cui aveva riso tanto per l’effetto dello spumante, la colonna sonora del film Mission ed una Bibbia. Li mise come meglio poté dentro una valigia di stoffa, come quelle usate negli anni trenta nelle pellicole ancora in bianco e nero.
Sino ad allora, non aveva mai cercato conforto nella fede. Non si riteneva realmente credente. O meglio non fortemente praticante, priva cioè di quella costanza nel mantenere un rapporto che permette alla conoscenza di trasformarsi in amicizia, stima, amore, … Così Dio era rimasto a guardarla da lontano, dall’altra stanza. Ed ogni volta che entrava nel luogo dove si trovava Caterina lei inconsciamente usciva allontanandosi di nuovo. Era stata una continua rincorsa che, forse, adesso vedeva il traguardo: una delle prime mete da raggiungere.
“Caterina…” si ripeté lentamente, quasi per incoraggiare la decisione intrapresa. Ormai sapeva come far compagnia a se stessa; da tempo non temeva la solitudine: era l’unica compagna fidata.
Lanciò uno sguardo distaccato alle pareti del salone, indietreggiando sino alla porta d’ingresso. Si fermò quando sentì il legno rimbalzare sulle spalle. Rimase un istante appoggiata con le braccia lunghe accanto ai fianchi e la mano destra che serrava i manici della valigia. Fece un cenno col capo, come un saluto, alla casa che l’aveva ospitata e della quale non era mai voluta essere padrona.
La mano sinistra ruotò la maniglia ed il primo tepore del nuovo giorno si mescolò con la frizzantezza dell’aria mattutina posandosi sulle guance carnose. Si colorarono subito accompagnate dalla punta del naso. Lì fuori, il mondo cominciava a muoversi e gli occhi delle abitazioni spalancavano le serrande.
Tre gradini la separavano dalla sua nuova vita. Tre gradini in discesa. Li contò con lo sguardo e pensò che fossero di buon auspicio per la perfezione del numero primo e perché potevano essere percorsi rapidamente e senza fatica.
Socchiuse gli occhi per lo scherzo di un timido raggio di sole riflesso sulla cromatura di un auto. Quell’attimo le presentò tutto il suo passato e le fece intravedere uno scampolo di futuro.
Fu risvegliata dal richiamo di una voce conosciuta “…Caterina, già fuori di casa..?!” le domandò suo marito. Gli sorrise, senza rancore.
Quella mattina era già fuori… per sempre!

domenica 21 febbraio 2010

La Facoltà dello Stupore


La facoltà dello stupore sta nell’emozione suscitata da uno sguardo fuggevole, leggero, penetrante; lanciato per caso oltre l’orizzonte del proprio destino sino a giungere in riva al mare del tuo infinito.

La facoltà dello stupore sta in quel respiro che finalmente ascolti, dopo una lunga interminabile assenza durata… un istante…. E’ ricominciare a vivere, sentendo l’aria che riempie e inebria; frizzante, leggerissima.

La facoltà dello stupore sta nel gusto di un piccolissimo bacio, dato su labbra appena schiuse, acerbe, timide, impaurite. Sostare e poi allontanarsi nel timore d’aver sbagliato, d’aver perso tutto in nome di quel desiderio sempre presente, sin da quanto ti vidi per la prima volta, stupita.

La facoltà dello stupore sta nello sguardo che si poggia sulle mie figlie… 3 … Le conto, nella notte, come l’avido fa l’appello agli spiccioli nel timore di dimenticarne il tintinnio. Come contavo i giorni prima della loro nascita, nell’attesa di conoscere i lineamenti per scoprirne la somiglianza. Come i desideri concessi da un genio benevolo, che rimane asservito con la sua enorme potenza nell’impotenza di decidere.

La facoltà dello stupore sta nell’ascoltare il battito del mio cuore, ancora una volta e poi ancora…
Un ritmo incalzante che segna istanti e accadimenti e si propone come unica colonna sonora possibile. Ed ogni fuga in avanti racconta un’emozione forte che toglie vita al tempo.

La facoltà dello stupore sta tra le lettere distese su di un foglio bianco; quando è sera e comincio a giocare con le parole. Accade così, come ogni volta, che le emozioni si trasformino in scrittura compiendo il miracolo della creazione… E corrono veloci lungo strade che nascondono gli arrivi; in silenzio per non essere scoperte e non svanire…
… Anche stanotte… nello stupore..!!!

venerdì 12 febbraio 2010

Touch


“..Mio amore…!
Fatto di pelle lucida, di alito che gonfia il petto, di sangue che fa pulsare le tempie… mie. Ti guardo con occhi increduli per la bellezza che si rifrange contro. E scruto ogni tuo minimo accenno, timoroso di scoprire la distanza crescere tra i nostri corpi nudi.
Le braccia avvolgo sulla tua schiena e sui fianchi, come radici che stringono la terra fertile, bisognose di suggerne sostanza vitale. Così, sospiro, immobile. Avvolto da un pensiero morbido che vedo nascere agli angoli della tua bocca umida per i baci a morsi scambiati senza fretta. Quegli angoli arrotondati si distendono in un elastico di porpora e velluto che ondula le labbra e che trasforma il fremito in sorriso.
Ho bisogno del tuo corpo. Per sentire il limite tra il mio amore umano e l’amore che da sempre vive in ogni uomo…
La passione amplifica i sensi e con i denti affondo la presa sul tuo mento disponibile a divenire preda. E’ un bacio o forse cento che scandiranno il tempo dei nostri movimenti, lenti e parsimoniosi; avari perché desiderosi di trattenere tutto restando immoti.
Una lacrima di luce stilla dall’alba che nasce e inonda la tua fronte di cera; il colore irrompe padrone di quella parte del giorno che si annuncia sebbene ancora pallido. La scintilla del bagliore rimbalza sulle palpebre risaltando le ciglia scure ed il dorso del naso naturale scivolo su cui mi diletto con le dita.
Al primo tepore si amplifica il profumo di donna, inebriante come sempre. Incantesimo, mistero, alchimia di una natura maestra nel legare le emozioni alle percezioni. In un girotondo alternato in cui s’intrecciano tatto, gusto ed olfatto diventando catena per l’ancora o filo per l’aquilone. Capaci di portare negli abissi dell’ignoto o sulle vette della conoscenza suprema, senza mai perdere contatto con il corpo che rimane barca in balia delle correnti.
Quanto è delizioso rimanere tuo, sapendoti quella parte di me che non mi appartiene completamente; così da dover ripartire alla conquista, alla scoperta di quel mondo ancora vergine e puro. Terra agognata, appena avvistata e già scomparsa. Miraggio.
Abbandoni il capo sulla spalla scoprendo il collo che pulsa ad un ritmo costante. E’ un concedersi pienamente lasciando indifesa una parte debole alla vita ed ai sensi. Un dono metaforico, forse un invito.
D’impeto abbocco a quell’amo senza punta, piluccando la tua pelle madida.
Sento ogni tua cellula rispondere con una metamorfosi repentina. E si trasforma ruvida, increspata, turgida. L’emozione lega ogni piccolo nervo e s’impadronisce della coscienza. Poi, lentamente, quiete e ritorna al morbido.
“Mio amore…!” rimbalza tra la lingua e i denti, poggiandosi sulle mie labbra che accolgono le tue. E la voce che riconosco mi presenta un suono ancora nuovo, unico. Melodia che introduce ad un silenzio polifonico fatto di frequenze sconosciute all’uomo; pentagramma invisibile che trascrive un’opera in continua improvvisazione.
Sarai tu a dirigere, come sempre, gli strumenti del nostro idillio; perfettamente accordati sulla frequenza che conduce al sempre per sempre. Ogni nota un’unità di misura che saprà valutare non solamente il tempo, ma intensità e la qualità del suono che i nostri corpi emetteranno nella vibrazione d’amore.
“Amore mio…!” sfugge dalla mia mente in quella logica di possesso che mortifica ogni purezza insediando il semplice desiderio di appartenere. Reclama un diritto di prelazione su tutto finanche sui pensieri che corrono le strade anguste tra testa e cuore.
Schiudi gli occhi come per rassicurarti su chi sono e sorridi scoprendomi infante. Ancora troppo piccolo per quell’amore enorme che può distruggersi o sublimare. Sento le tue impronte solleticare il volto aprendo un contatto tra due identità diverse, complementari, puntate nella stessa direzione.
“..Mio amore…!” sussurri ancora con tono fermo e dolce. Ed io capisco il senso, la sua pedagogia. Decodifico il messaggio. Quel suono appare subito come se fosse dono, regalo da concedere a chi molto si ama. Si offre ancora unico, senza remore né timore; essenza fiduciosa con coscienza di minuscola goccia che bagna il grande mare.
Ritrovo il passo, la giusta direzione.
I nostri corpi lucidi riprendono a beccheggiare vicini come due barche piccole, ancorate, alla deriva.


sabato 16 gennaio 2010

La mano


Ti vidi e riconobbi il segno…
Il cuore mi parlò dei tuoi occhi trasparenti e acuti. E li guardai ammaliato e volli perdermi per ritrovarti ancora nei meandri della mia mente che pensa storie irrealizzabili, che sogna vite raggiungibili. E questa volta seppi trovare le parole per dimezzare la distanza, per stendere sul silenzio un ponte vacillante ed insicuro dal quale puoi cadere oppure trovare la salvezza.
La bocca tua si aprì per alitare un breve, minuscolo scampolo di vita. Ed io restai ammaliato, assorto in quell’abisso che raccontava mondi lontani eppure vicinissimi.
Chiamai il tuo nome usando il miele e l’oro per colorare il suono della voce con dolci consonanti e preziosissime vocali. Restasti immobile, assorta nel tuo mondo a cui bussavo estraneo. Così l’attesa e l’emozione tesserono insieme un filo di valore col quale ricucire i pezzi del mio cuore che si espandeva incauto.
Sembrasti una cometa che passa e che travolge lasciando solo luce riflessa nella memoria.
D’un tratto, senza avviso, le labbra tue si schiusero, ed io pensai, per dire. Ci fu silenzio spesso come una coltre candida, glaciale eppur bianchissimo. Poi il movimento seppe alzare gli angoli estremi di quella fessura carnosa pittata di porpora e amaranto e fu un sorriso timido.
Il segno tanto atteso tornava a incoraggiare il mio ardimento. Aprii un passo lungo verso il tuo confine ignoto e mi trovai ad un attimo da quelle labbra isola. Cercavo approdo morbido, anche se incerto e proibito; pertanto perlustravo le tue espressioni ingenue. Quando capii il messaggio, mi parve di svenire perché la risposta chiara parlava ai sentimenti. Perciò non badai più a nulla e il nulla riempì la mente di sogni, di stranezze, di immagini irreali.
Il coraggio è una follia che sfida anche il destino e nella sua incoscienza produce imprese folli con epiloghi trionfali. Ecco perché la storia racconta di eroi e non di matti.
Mentre viravo rotta tornando dal cuore alla coscienza sentii una piuma sfiorare le mie gote. Alzai lo sguardo e vidi le impronte tue disegnarmi il viso, per scrivermi un amore. Sorrisi. Sorridesti. E il mondo fu bellissimo perché per un istante parlava di noi due.
In quel silenzio statico chiesi la sua mano…!

martedì 12 gennaio 2010

Dancer


La danzatrice volteggiava, leggera, quasi impalpabile e i suoi respiri, percepiti appena, somigliavano al battere d'ali di una farfalla notturna. Con la mano sinistra roteava lo strascico del vestito di seta orientale regalatole dall'ultimo suo vero amore.... Ed il tempo segnava incessante un passo doble...
Malinconica come una mattina grigia e piovosa la sua cadenza mortificava la leggerezza ed il vigore con cui segnava le pose. Il fisico ancora asciutto e splendido, raccontava quanta parsimonia nel godere delle soddisfazioni che le dava la danza: rimaneva misurata, composta, senza che il roteare dei passi le potesse alterare la correttezza del vestito.
Elina, questo il nome che sapeva di leggerezza, viveva esclusivamente per la danza. Cominciava a credere che le cose vanno sperimentate per poi ottenere un rendiconto, una specie di esperienza documentale che possa fornire ulteriori chiarimenti.
Per questo aveva cominciato la sfida: iniziare a ballare per sapere cos’è il movimento…! Aveva deciso in fretta, vittima di una malattia che la costrinse immobile per interi mesi. I suoi muscoli non rispondevano ai comandi e lentamente cedevano spazio al sonno del fisico. Una specie di strana letargia che le intorpidiva i sensi surriscaldandole la pelle.
Malaria! Avevano diagnosticato i sapienti e la cura lentamente aveva riconquistato spazio per una salute ragionevole. Così, appena le forze le permisero di decidere per il corpo, stabilì che avrebbe ballato… per sempre!
Ricordava ogni nota delle musiche con cui si allietavano le feste nel vecchio salone della sua casa paterna, quando i fratelli, allora già uomini, invitavano le ragazze per le prime feste velatamente ingenue. Su quelle melodie costruiva, lentamente, le prime coreografie; tutte inventate e forse inguardabili. Ma per lei, quella danza era un rito di liberazione, l’unico modo che conosceva per entrare in sintonia con il mondo. Ballava e sapeva d’essere viva, in un posto vivo, e comprendeva che decidere è la metà imperiale dello sbagliare.
Quindi decise ed appena le fu possibile andò via da quella casa, concedendone la sua parte ai fratelli in luogo di alcuni abiti di sua madre e di un gioiello: un sottile semicerchio di brillantini che indossò ad ornamento della capigliatura crespa senza mai privarsene. Il luccichio delle pietre le ricordava l’infanzia, quando sua madre chinava la testa per porgerle le guance al fine di ottenere un bacio e la luce riflessa sulle pietre simulava un irradiante arcobaleno che s’infrangeva sulle onde della chioma di lei.
Quella luce le era rimasta negli occhi, per tutta l’adolescenza e anche oltre. Illuminava i suoi momenti bui, la notte della vita che, a volte, le faceva rimpiangere la scelta di non aver voluto creare una famiglia per seguire il suo amore: la danza…
Conosceva un solo compagno, Florian, il ballerino che da tredici anni le segnava i passi, dividendo con lei forme immaginarie, traiettorie dolci ed ossessionanti.
Florian le aveva promesso una fedeltà assoluta, superiore a quella che si giurano gli sposi. Non avrebbe mai danzato con nessun altro se non con lei. Questa decisione, ferma quanto inaspettata, aveva generato in Elina un turbamento forte: sentiva gratitudine e rammarico nei confronti di quell’uomo. Soprattutto il rammarico crucciava le sue notti. Sapeva che non avrebbe mai amato Florian e ciò le dispiaceva profondamente. Quel giuramento di fedeltà sportiva fatto dal suo compagno avrebbe meritato in contraccambio una promessa ancor più importante ma che necessitava non soltanto di volontà ma soprattutto di sentimento. Elina non sapeva mentire… neanche a se stessa.
Quella sera fu incredibile. La sala traboccava di occhi curiosi, puntati sul suo vestito di macramè. Il pavimento marmoreo rifletteva le luci dei lampadari ed il profumo dei cesti di fiori inebriava stordendo i sensi leggermente.
Florian prese la mano della danzatrice, poggiò un piccolissimo bacio sul dorso e sussurrò “.. è ora..!” Lei si voltò con lo sguardo assente preda della concentrazione e lo fissò interdetta come se non l’avesse mai scorto tra tanti altri. Poi il ticchettare della bacchetta del direttore indicò ai musicisti il tempo da dover seguire e la musica coprì il silenzio….
I passi avviarono da soli un movimento meccanico, perfettamente registrato, cominciando a scolpire le figure. Il pubblico trattenne il fiato per un tempo prolungato, come se quel mancato respiro potesse rinforzare il filo che legava ciascuno ai fianchi di Elina.
L’orchestra completò lo spartito ed il numero dei due danzatori rimase negli occhi ancora per altro tempo. Poi un applauso scrosciante… come un temporale tropicale che coglie di sorpresa e travolge.
Florian richiamò al centro della sala la sua compagna e la folla montò il brusio compiaciuto.
Elina tornò in sé dopo quel breve viaggio nel mondo del ballo, …nel suo mondo. Una piccola stella di sudore si staccò dalla fronte e scivolò al suolo. Lei, incurante, roteò il capo di 90 gradi cercando d’incrociare lo sguardo del compagno. Fu allora, dopo tredici anni, che scoprì un’espressione nuova: la tenerezza che quell’uomo provava per lei. Arrossì, sentendosi nuda davanti a quello sguardo innamorato.
Qualcuno dalla folla gridò “bis”…
Elina annuì con un sorriso appena accennato, voltò lo sguardo per incrociare gli occhi del compagno trovando il solito consenso incondizionato.
“… Vuoi ballare, ancora, con me….?!”

sabato 26 dicembre 2009

Equilibrio


Lei volteggiava tra nuvole e pensieri, in cerca di un equilibrio che quasi mai era riuscito a garantirle sicurezza e stabilità.
Così muoveva ogni passo con la pazienza del genitore e la parsimonia del possidente…. Lentamente, ogni suo muscolo elaborava la contrazione che avrebbe prodotto movimento verso la meta o verso il baratro.
Non sapeva far a meno del pericolo anche perché non lo riconosceva come tale. Così per lei era normale passeggiare, in equilibrio, tra le vette del cielo, dribblando i sospiri delle persone che da sotto trattenevano il fiato per evitare lo spostamento d’aria, ipotetico ostacolo in grado di compromettere il percorso.
Strano destino il suo: rimanere così in alto a vibrare trasmettendo l’onda alla corda per controbilanciare l’oscillazione proveniente dalla corda stessa. Quel brivido si diffondeva in tutto il suo corpo filiforme irrigidendo la carne e congelando il sangue stillato dal cuore con ritmo controllato.
Aveva abbandonato il bilanciere perché le sue dita dovevano muoversi libere. Accarezzando ogni refolo di vento ne misuravano forza ed intensità. Con esse rimaneva aggrappata ad un passamano invisibile che afferrava saldamente per ottenere sostegno e continuare indenne sul cavo incerto dell’imponderabile.
Spesso i suoi pensieri l’avevano lasciata sola ad affrontare il percorso della vita; passo dopo passo aveva detto a se stessa che la ragione non esiste e che la verità si nasconde dietro… un filo..! Ed a quanti le urlavano contro domande per chiederle come facesse a rimanere in bilico padrona dell’equilibrio rispondeva candida “…sbagliando..!!” Così sorrideva a tutti anche se alcuni non sempre comprendevano quel limite sottile che permette di distinguere un percorso imperfetto da un altro assolutamente ideale.
La gente contemplava il miracolo della non caduta: tuttavia rimanere stabili nascondeva insidie… il carico di attese aumentava di centimetro in centimetro, giungendo ad un punto di grande confusione.. così la folla divideva il proprio pensiero in quelli che desideravano vederla salva e quelli, meno frequenti, curiosi nell’assistere al suo precipitare.
Sempre vincevano i primi. Lei era divina, con quella forma così esile; garbata ed elegante, sinuosa e conturbante. Ruotava gesti e parole in una strana orchestrazione che muoveva i sentimenti più che la coscienza.
Non aveva mai guardato in giù per controllare la distanza tra la pianta dei suoi piedi ed il suolo. Non per paura ma per il semplice fatto che il suo istinto non percepiva vertigine né abisso; sentiva una soluzione di continuità tra il suo corpo ed il tutto che la circondava ed era questa sensazione a garantirla in piedi.
L’alluce aveva assunto una conformazione particolare quasi ad arpione per avvolgere più possibile il cavo e permettere maggiore stabilità. Il suo sguardo concentrato su quel filo autostrada che contribuiva a dare una direzione, una traiettoria ben precisa.
Lei aveva bisogno di fare l’equilibrista per ritrovare quella parte mai nata, cresciuta o posseduta dal suo modo d’essere squilibrata. Così si costringeva a sfidare il precipizio ed il giudizio.
In quella passeggiata sopra le righe ritrovava un orientamento, un metodo, uno stile di vita che poi l’accompagnavano giù, nel quotidiano.
Un giorno cadde…!
Una distrazione le costò il primato. Fu la prima volta… l’unica! Non sarebbe mai più accaduto perché al suo essere non poteva concedere un errore simile. Si guardò intorno e scoprì attenzione. Tutti avevano fermato la loro corsa per osservare un fenomeno a cui non erano abituati. Nessuno volle commentare o amplificare il fatto.
Così lei si rialzò…! Cosciente di non poter più sfidare l’equilibrio senza consapevolezza. E ricominciò.
Disse “L’equilibrio è la certezza del vuoto circostante… è sapere di non poterlo riempire tutto!!” Per questo riprese il cammino su quell’unica via che conosceva. Il filo teso tra due cardini: il prima ed il sempre. Il caos e la perfezione. Il razionale ed il fantastico. Dentro quel labirinto rimase, per sempre, in equilibrio.

giovedì 19 novembre 2009

Libertà di Pensiero


Il caldo decise, immantinente, di sciogliersi in un lacrimar di perle liquide.
Fu un attimo e dal cielo piovemmo in migliaia di virtuose gocce, decise ad irrigare ogni cosa e ciascuno. In picchiata, cieche agli ostacoli; spiccioli di un mare ricco ed invisibile che leggero sommerge.
Da subito ebbi la sensazione di poter arrivare prima delle altre… Io, così minuta, così uguale a tante altre.. Eppure, in me, cresceva la forza che nasce dalla paura: sarei piombata giù, in un abisso di universo senza possibilità di ritorno, senza rimpianti o ricordi. E prima che il giorno avesse aperto le sue braccia al sole mi sarei mischiata alle altre ed alla terra sconosciuta.
Era la trama, da sempre, scritta per me, per quelle rotondità trasparenti e lucide.
La velocità crebbe aumentando la certezza della fine e fu questo a rassegnare la corsa. Giù, e poi giù….
… Inattesa pausa….
Un ostacolo, imprevisto, fermò il vuoto disegnando un confine anticipato, una rete, un argine. Mi poggiai dondolando nell’incertezza del destino: il movimento rallentò sin quasi a fermarsi, in bilico. Trattenni il fiato, ad occhi chiusi, per non cedere alla vertigine e poi, lentamente, sentii il ventre gonfiarsi e pendere.
Piccoli strappi annunciavano l’arrivo delle mie sorelle, in ritardo, seconde alla mia primogenitura. Sentivo il corpo slabbrarsi e la tensione aumentava la fragilità. “Non sono fatta per rimanere immobile – pensai – la mia natura ha un sogno di perenne movimento. Così non adesso, no”.
In quel momento non avrei dovuto generare schegge arrotondate, perdendomi in frazioni di me stessa. Così spinsi in basso allontanando il filo. Qual scelta scriteriata accelerare il tuffo. Ogni mia parte fu complice felice!
Il limite invisibile tra l’equilibrio e il baratro racconta di coraggio, sogno, o semplice follia…. Così ripresi a correre. Ed è dolcissimo lasciarsi andare…

giovedì 5 novembre 2009

MAGDALENE e PAUL

Magdalene fissava lo sguardo sulla toilette del settecento e lo specchio rifletteva una vita inquieta, sottolineata da una tristezza tagliente. Magdalene leggeva sul suo volto ogni anno trascorso, ogni singolo secondo che aveva contribuito all’accumulo di tutto quel tempo dal giorno in cui era venuta fuori da sua madre. Si sentiva ancora bella eppure sapeva di non possedere più quel fascino acerbo di quando, l’estate, finita la scuola, girava per il paese vestita di una stoffa leggera e colorata e faceva voltare tutti gli uomini che si trovavano ad incrociare il passo con la sua falcata da gazzella. Sembrava un secolo fa. Eppure il calendario raccontava soltanto due lustri con in mezzo i peggiori anni bisestili che la storia potesse ricordare.
Magdalene affermava di non essere scaramantica, tuttavia non attraversava mai alla vista di un gatto nero, non passava sotto le scale e non usciva di casa se il 17 ed il venerdì si sposavano sulla stessa casella del calendario… Aveva le sue idee, le sue convinzioni costruite piano, pezzo dopo pezzo, con i mattoni dell’esperienza e delle delusioni. Così aveva brevettato un atteggiamento asfittico nei confronti della vita per rimanere al minimo e non esporsi a decisioni o confronti.
La perlustrazione dell’ovale del viso fu interrotta dall’ingresso in stanza di Paul. Alto, smunto, capello curatissimo che lasciava intravedere i primi segni di una calvizie incipiente, ancora ben nascosta dall’abilità nell’acconciarsi. Paul era diventato inespressivo da troppo tempo….. In verità, poco loquace lo era sempre stato; amante delle letture e della musica. Odiava le immagini in tv; “finte ed allucinanti” le definiva con sdegno. Adorava, invece, la fotografia di cui era diventato un cultore fine ed attento nei rari momenti di pausa lavorativa. Delle sue foto, in bianco e nero, amava il silenzio, cupo, grigio, ovattato ed invadente. Lo aiutava a rimanere slegato dalla realtà, dal quotidiano che bussava alla porta del suo animo cercando di scuotere, rianimare.
Paul era stato uno sportivo e ciò sembrava incredibile dopo una semplice osservazione del suo fisico. Bisognava perdervi del tempo: soffermarsi sulla definizione dei bicipiti, della spalla arrotondata che accompagnava lo sguardo sin sul collo ancora turgido e privo di rughe. Le gambe poi, non possedevano più l’energia della gioventù ma presentavano cosce allungate, sode e gemelli un po’ sfiatati ma ancora robusti e guizzanti. Paul gareggiava in piscina; 200 e 400 metri farfalla erano le sue specialità preferite “…perché il dolore vero lo senti quando devi unire resistenza e velocità!” raccontava ai ragazzi che approcciavano a questa disciplina.
Paul allora non immaginava per nulla cosa fosse il dolore vero.
All’ingresso di Paul la stanza sembrò restringersi e diventare piccola. Una sensazione più che constatazione, come se la presenza di entrambi non fosse più tollerata dalla geometria delle pareti e del soffitto. Non così un tempo….
Magdalene e Paul si erano sposati per amore – così raccontavano a tutti – per quel sentimento strano che fa tremare le gambe, addolcisce la voce inumidendo gli occhi e che non fa pensare ad altro se non all’amato. Sapevano d’essere una coppia perfetta… almeno così credevano ed erano convinti che il loro amore non sarebbe stato scalfito da niente e nessuno…mai.
Si erano conosciuti alle scuole superiori. Lui il campione, lei la studentessa modello. Paul destinato agli allori, previsioni di trionfi e records. Magdalene sarebbe diventata un luminare di qualche università e forse… chissà quale onorificenza. Quell’amore li aveva accompagnati per tutta la giovinezza e per la primavera della vita adulta, contrappuntando ogni attimo con cammei di stupore e dolcezza. Paul, dei due, era il più romantico. Non perdeva occasione per mostrare a tutti l’amore per quella donna.
Una volta, d’estate, dopo anni di fidanzamento, volle partire a sorpresa per raggiungerla in montagna. Decise che il treno sarebbe stato il fido destriero in grado di condurlo alla meta. Non era mai partito da solo. Prima dell’arrivo dovette scendere per attendere una coincidenza che sarebbe arrivata da lì a poco. In quella pausa forzata camminò freneticamente su è giù per la banchina pregustando l’incontro; fu così che si trovò ad urtare un tipo – mi scusi – disse – non fa nulla, sa che ore sono – rispose l’altro. Paul poggiò il bagaglio a terrà per voltare il polso nell’intento di controllare il suo orologio. Si sentì spinto nuovamente, questa volta in avanti. Non fece in tempo a mantenere l’equilibrio e a voltarsi per chiedere spiegazione che vide due uomini allontanarsi da lui, correndo. Uno dei due era il signore dell’informazione. D’istinto guardò a terra in cerca della valigia: scomparsa. Allora, la mano corse al taschino posteriore dei pantaloni guidata dall’ansia di trovarvi il portamonete … millesimi di secondo… più nulla!
Il freddo e lo sconforto si impadronirono della coscienza di Paul inginocchiandolo.
Durante tutto ciò il treno tanto atteso giunse alla banchina prevista, sostò e riparti lasciando nell’aria un fischio stridulo ed acuto. Paul rimase fermo, per un tempo indefinito, a terra.
Quando decise di ricominciare a pensare per scegliere cosa avrebbe fatto, la sua mente corse a Magdalene, il suo amore. Tutto sembrò tornare alla normalità. Quel pensiero cancellò immediatamente l’episodio increscioso di cui era stato protagonista. Doveva riprendere il viaggio.
La coincidenza successiva per il paesino in cui si trovava Magdalene sarebbe partita l’indomani. Non poteva attendere. 30 chilometri. 30.000 metri. Fece un conto velocissimo immaginando di poter camminare ad una frequenza di 60 passi al minuto. Le sue gambe snelle ed atletiche avrebbero aperto un compasso di circa 1 metro per volta. Quindi 3.600 passi in un’ora. Aveva bisogno di più di 8 ore che in considerazione di qualche piccola sosta sarebbero diventate almeno 9…. Uhh!! Lasciò sfuggire dalle labbra Paul in un soffio di stupore per l’impresa e per la lucidità con cui era stata vagliata tutta l’operazione.
Ricontrollò l’orologio. Il campanile della chiesetta accanto alla stazione fece rintoccare undici battiti. Sarebbe arrivato per cena…. Sarebbe arrivato…?!!
…Paul arrivò in tempo per la cena più gustosa, felice, e straordinaria a cui avesse mai partecipato. Mangiò del pane di farina nera macinata con la pietra, come una volta. Bevve del latte di capra, ed una fetta di formaggio profumatissimo.
Magdalene restò in silenzio per tutta la sera rapita dall’emozione provata per quella sorpresa. A fine cena sparecchiò la tavola, ripose piatti e bicchieri in un piccolo lavello della cucina e sedette davanti a Paul; in silenzio. Interminabile silenzio. Magdalene fissò Paul per un tempo lungo ma romanticissimo. Ridisegnò ogni tratto del contorno di quel viso velato dalla stanchezza per l’impresa riuscita. Raschiò la vista sulla barba incolta, risalì sulle tempia per soffermarsi su di un ricciolo arrampicato sul lato destro della testa del suo amore. Fissò per un attimo l’interno delle pupille nel tentativo di giungere sin dentro al cuore, ancora più a fondo di ciò che si potesse immaginare, all’interno di quel corpo stanco ma fremente di passione per lei.
Poi, si alzò, sollevò lo sguardo al cielo come se volesse interrogarlo, si avvicinò a Paul e pose un bacio morbidissimo sulle sue labbra. Un bacio caldo ed umido insieme; dolcissimo come i ciuffi di zucchero a velo comprato al lunapark, tuttavia salato come le boccate d’acqua marina che apparentemente dissetano il naufrago condannandolo subito dopo alla disidratazione.
Magdalene era su di lui avvolta da un alone di ingenuità e sensualità dirompente. Emanava un profumo aspro che ricordava la freschezza della brezza primaverile. Adesso avvolgeva il volto di Paul con le onde di quell’oceano di capelli che spesso mescolava con le sue dita.
“Se vorrai potremo sposarci quest’estate…!” dichiarò sussurrando a Paul che, nel frattempo la guardava attonito, ammutolito, ipnotizzato dalle movenze maliarde.
Si sposarono, ma non l’estate prevista bensì la susseguente perché erano tante le cose ancora da fare e decidere e Magdalene voleva che tutto fosse perfetto.
Anche la loro stanza aveva raccontato di un tempo in cui la perfezione del loro amore faceva invidia al mondo. In cui la sincronia dei gesti, la completezza degli amplessi, la pienezza del godimento avevano confermato ai corpi l’avvenuta unione di ciascuna di quelle metà complementari.
Non così adesso! Nella stanza il tempo si era fermato, immobile. E aveva smesso di raccontare, privo di fantasia e di ogni ragione.
Paul da un lato cercava un pigiama che gli stesse comodo e caldo. Madgalene dall’altro continuava imperterrita a compiere i riti attinenti alla toilettature personale.. Condividevano lo spazio non più il tempo né le emozioni. Le barriere alzate servivano oltre che a separare anche ad abortire qualunque tentativo di gestazione emotiva. Il silenzio glaciale faceva spazio ad una sterilità mentale, sentimentale.
Spensero la luce senza dirsi nulla; ciascuno conquistò la posizione preferita per agganciare la coscienza al traino della stanchezza e cadere preda di un sonno profondo ed ancora una volta inquieto. Il buio si diffuse denso all’interno della camera e ricoprì ogni cosa, anche il silenzio. Rimase solamente un piccolo spazio, sul settimanile ai piedi del letto, indenne da questo strano fenomeno di narcolessia generalizzata. Sopra l’ultimo cassetto un piccolo led indirizzava un raggio di luce leggerissima su di una immagine a colori.
Tanti colori macchiavano la carta fotografica delimitando un contorno familiare. Una sagoma si sarebbe intuita anche a distanza, perché il prevalere delle tonalità pastello, separava e distingueva una figura umana dal contorno indefinibile. Una bambina dai riccioli morbidi allungati ai lati di un ovale delicato, con occhi di cerbiatta, gote rosate leggermente paffute, naso sottile eretto su di una boccuccia distesa, chiusa. Un abitino di chiffon con stampati dei fiori trasparenti le copriva il torace lasciando libere le spalle arrotondate e le braccia sottili.
Gli occhi arrivavano per ultimi nell’osservazione analitica della foto. Perché quegli occhi, scuri, grandi, certamente lanciavano un duplice messaggio passando da una tenerezza disarmante ad una malinconia altrettanto inquietante.
La foto era retta da una cornice sobria, neutra e non raccontava compleanni oppure occasioni particolari. Mostrava una normalità anonima, un attimo rubato alla stessa vita, congelato…. Ma quegli occhi chiedevano attenzione…!
Il tempo, durante la notte, cammina ad una velocità dimezzata per chi si trovasse a rimanere sveglio senza farsi sopraffare dall’ansia della luce. Diversamente chi si trovasse costretto a cedere il passo alle lusinghe di Morfeo, allora incontrerebbe minuti dimezzati, addirittura svaniti preda della rincorsa verso l’alba del giorno nuovo.
I respiri nella stanza si contavano in modo irregolare ma con un’alternanza che regolamentava le inspirazioni con le eiezioni dell’aria accelerata dalla spirale dei turbinati. Magdalene e Paul rimanevano con le spalle affacciate su metà piazza di un materasso matrimoniale nettamente suddiviso dai centimetri interposti tra i corpi e che, gli stessi, mantenevano inconsciamente creando uno spazio ampio e definito.
La notte si avviava al solito epilogo monotono e l’alba avrebbe insinuato un’ipotesi di cambiamento velleitaria ed infondata.
D’un tratto Paul respirò più forte, un colpo di tosse sollevò le spalle dal letto facendo assumere al resto del corpo una posizione eretta. Paul adesso era sveglio e teneva lo sguardo fisso, avanti, sul settimanile, sulla foto….
Intanto il rumore aveva disturbato il sonno di Magdalene che stirò un braccio all’interno del letto andando ad appoggiarsi sul fianco di Paul. “Scusami…” biascicò con la cadenza di chi ancora rimane in dormiveglia, richiamando con prontezza il braccio verso altri lidi, cosciente d’aver osato qualcosa di non più ammesso o meglio legittimato dalla situazione.
Paul sembrò non accorgersi di ciò che gli accadeva intorno preso dall’osservazione spasmodica dell’immagine incorniciata. Anche Magdalene seguì lo sguardo dell’uomo sino a poggiarsi sulla foto. Restarono immobili, ipnotici, marmorei in quella posizione a sedia che li rendeva incapaci di grandi libertà. La malinconia si diffuse immediatamente fuoriuscendo dagli occhi di cerbiatta della bimba nella foto e contagiando i due sonnambuli redivivi. Come se una forza, un desiderio terzo, una richiesta silente passasse dall’immagine alla loro coscienza, al cuore, ma non con costrizione o arroganza bensì con tutta la dolcezza e l’amore possibili.
Fu allora che, per la prima volta dopo tanto tempo, le due menti si ritrovarono in sintonia. Sincronismo di pensiero, una corrispondenza emozionale. L’immagine stampata in foto si materializzò nei ricordi di entrambi e fece rivedere un trailer che raccontava di una famiglia felice, un coppia innamorata di sé e del frutto di quell’amore. Come se due rotaie, finalmente ritornassero a viaggiare appaiate, mirando alla stessa direzione allo stesso obiettivo finale.
Ciascuno sentì, per un attimo, il suono della voce della bimba che li chiamava e sorrideva... Provarono a ricordarne il nome, quasi cancellato dallo strazio dell’assenza. Venne fuori un grido strozzato, un singulto, un vomito di passato crudele ed assassino …
“Amore…!”
Era questo il nome che avevano dato a loro figlia…loro… unica!
Il sangue ricominciò a bollire pompato dal cuore impazzito di ognuno. Ed era come se passasse da un corpo all’altro accorciando la distanza creata in tutto quel tempo. Fu chiara la sensazione di contatto, di calore; la diffidenza che cominciava a sciogliersi e lo spazio che si riappropriava di contenuto. Voltarono lo sguardo nello stesso istante, uguali così tanto da non poter dire nulla rimanendo stupiti di quella immediatezza. Gli occhi si incrociarono e nel luccichio salato dell’iride, riconobbero la metà mancante quella che, in passato riconosciuta, era rimasta indietro silenziosa, per troppo tempo.
Un velo di pudore fece scivolare lo sguardo di Paul lungo il collo di Magdalene sin verso i fianchi ed infiltrarsi tra le coltri scarmigliate come i riccioli di lei. Magdalene posò nuovamente lo sguardo sulla foto.
Una clessidra invisibile fece scendere sabbia e pazienza lungo il piccolo foro che conduce al futuro. Paul alzò lo sguardo incrontrando gli occhi di Magdalene su quelli della bimba nella foto. Non fu traguardo bensì punto di partenza. Le dita di Magdalene scivolarono veloci sulle lenzuola di seta sino a raggiungere la mano di Paul. Sfiorarono quelle unghia leggermente ruvide di mani lavoratrici e poco dedite alla cura. Magdalene sospirò; Paul contrasse i muscoli della guancia sinistra in un timido accenno di sorriso.
Le dita si intrecciarono come rami sapientemente guidati nella costruzione del nido e da quell’incrocio sprigionò una forza di novità, una fiamma di risveglio. Bisognava dar legna, non permettere che quel fuoco potesse rimanere prigioniero della cenere dei ricordi.Intanto l’alba annunciava un nuovo giorno ed il futuro disegnava una rinnovata storia.